La Pizia (cioè la sacerdotessa dell’oracolo di Delfi) affermò che Socrate era il più sapiente degli uomini. Sorpreso da tale giudizio, per dimostrarne l’infondatezza Socrate si mise a investigare fra coloro che avevano fama di esser sapienti, in particolare fra i politici; ma finì per constatare la loro sostanziale insipienza e, quindi, per comprendere e accettare l’oracolo del dio: egli infatti, a differenza della presuntuosa ignoranza dei propri interlocutori, sapeva almeno di non sapere. 

 

V 

[…] E non ischiamazzate, o Ateniesi, se vi par che dica una strana cosa, ché non son mie le parole ch eio dico, ma sì di tale che degno è che voi gli abbiate fede; imperocché di questa mia, se sapienza ella è, e quale, vi addurrò a testimonio l’Iddio che è in Delfo. [1] Cherofonte, [2] voi lo conoscete: egli fu amico mio da giovine, e amico fu al vostro popolo, e fuggì in questa ultima fuga con voi e tornò con voi; e conoscete Cherofonte com’egli era, e l’impeto suo dove ch’ei si mettesse. Ora, andato una volta a Delfo, ecco di che egli osò interrogare l’oracolo; […] lo interrogò se alcuno fosse più sapiente di me. Risposte la Pizia: – Niuno essere più sapiente. – E di ciò sarà testimonio a voi suo fratello che è qui; ch’egli è morto.

VI

Guardate perché dico questo: perché voglio che conosciate voi d’onde mi sia nata la calunnia. Dunque, udendo io quelle parole, pensai: “Che mai dice l’Iddio? nelle parole sua che mai nasconde? perché io non ho coscienza, né punto né poco, di essere sapiente. Che mai dice, affermando che io sia sapientissimo? certo non mentisce, ché non gli è lecito”. E molto tempo stessi in dubitazione su che mai volesse Egli dire. Poi, e con fatica, mi fui messo così a cercare. Andai a un di quei che paiono sapienti, e fra me dissi: “Or, se mai, smentirò il vaticinio e mostrerò all’oracolo che più sapiente di me è colui: tu dicesti me”. E riguardandolo bene (non c’è bisogno che dica il nome, era un de’ politici) ecco che mi avvenne. Messomi a conversare con lui, mi parve che quest’uomo ben paresse sapiente ad altri molti uomini, e massimamente a sé medesimo, ma che non fosse. E mi provai di mostrarglierlo: – Tu sì credi essere sapiente, ma non sei -. E tosto a lui, e a molti che ivi erano presenti, venni in odio. Andatomene via, ragionai fra me, e così dissi: “Son più sapiente io di questo uomo; imperocché, a vedere, niuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede di sapere, e non sa; io non so, ma non credo né anche sapere. E pare che per cotesta piccolezza sia più sapiente io, perciò che non credo sapere quello che non so”. E andai a un altro, di quelli che mostravano essere più sapienti di lui; e me ne parve il medesimo: e così venni in odio a quello e a molti altri.

VII

E seguitai ad andare: con dolore e tremore, sentendo che veniva in odio; nondimeno parevami necessario far grandissima estimazione della parola dell’Iddio, e andare a tutti coloro che mostravano di sapere qualche cosa, per vedere che dicesse mai l’oracolo. E […] dopo ai politici andai ai poeti, a quelli di tragedia e a quelli di ditirambi e agli altri, per cogliere in sul fatto me quale più ignorante di loro. E pigliando in mano i loro poemi, quelli che mi parean più lavorati, anche per apprendere qualche cosa dai poeti, li interrogai che mai dire volessero. Bene ho vergogna, o giudici, di palesarvi il vero; e pur vi si ha a palesare. Ecco, se ho a dire, di quelli argomenti dei quali avevano cantato, quasi tutti gli astanti ne ragionavan meglio di loro. In breve questo ebbi conosciuto: che i poeti non per sapienza poetavano checché poetassero, ma per certa natura e da Dio occupati, come i divinatori e i vaticinatori; i quali dicono pure molto e belle cose, e non sanno nulla di ciò che dicono. E vidi che tale passione tocca i poeti: e insieme mi fui accorto che essi, perciò che poeti, si reputavano ancora nelle altre cose sapientissimi uomini, senza che fossero: e ne andai via pensando che, per la ragion medesima, al paragone di quelli non altrimenti che al paragone dei politici, più valeva io.

VIII

In ultimo andai agli artefici, perché mi sapeva da me non essere io intendente di nulla; e quelli sapeva di avere a trovare intendenti di molte e belle cose. E non mi fui ingannato, perché veramente essi intendevano cose che non intendeva io, e da questo lato erano più sapienti di me. Ma, o Ateniesi, i buoni artefici mi parve che il medesimo peccato avessero che i poeti, dacché ciascuno, per lo adoperare bene sua arte, si credeva sapientissimo anche nelle altre maggiori cose; e questa stoltizia oscurava quella sapienza. Onde per parte dell’oracolo interrogai me medesimo se io volessi essere così come sono, né per nulla sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o avere l’una e l’altra cosa, che hanno quelli. Risposi a me e all’oracolo, che mi giovava essere come sono.

IX

Or da questi esami mi son nate molte inimicizie, o Ateniesi, e molto aspre e fierissime, dalle quali sono nate molte calunnie, fra l’altre questa: ch’ei mi chiamano sapiente. Imperocché ogni volta che argomento contro gli altri, mostrando che non sono sapienti, quelli che stanno lì credono che sapiente sia io. No, cittadini, quel che pare è questo: sapiente davvero essere Iddio, e volere Egli dire per quell’oracolo che la umana sapienza vale poco o nulla: ed è chiaro che non intende Socrate, e che usa del mio nome a fine di porre me a esempio, come se dicesse: – Colui tra voi, o uomini, è sapientissimo, il quale come Socrate conosciuto ha ch’ei non vale nulla in sapienza-.

Apologia di Socrate [trad. di F. Acri], in Platone, vol. I, Mondadori (“I classici del pensiero”), Milano 2008, pp. 55-58. 

 

NOTE 

[1] Il dio di cui parla Socrate è Apollo, che aveva un oracolo veneratissimo nel santuaro di Delfi, presieduto dalla Pizia (la sacerdotessa).
[2] Uno dei primi compagni di Socrate, esule da Atene nel 404 con l’avvento dei Trenta tiranni, e rientrato con gli altri democratici l’anno dopo.

Advertisements