L’islamofobia ha ucciso mio fratello. Fermiamo l’odio

Suzanne Barakat: L’islamofobia ha ucciso mio fratello. Fermiamo l’odio

Il 10 febbraio 2015 il fratello di Suzanne Barakat, Deah, sua cognata Yusor e la sorella di Yusor, Razan, sono stati uccisi dal loro vicino di casa a Chapel Hill, in North Carolina. La storia dell’assassino, secondo cui li aveva uccisi in seguito a una disputa sul traffico, non fu messa in dubbio dai media e dalla polizia finché Barakat non ha parlato a una conferenza stampa, chiamando gli omicidi con il loro nome: crimini d’odio. Mentre riflette sul modo in cui lei e la sua famiglia hanno fatto sentire la propria storia, Barakat ci incita a parlare quando assistiamo a fenomeni di fanatismo odioso e a esprimere la nostra alleanza con coloro che sono vittime di discriminazione.

L’anno scorso tre membri della mia famiglia sono stati assassinati in un orribile crimine d’odio. Non c’è bisogno che vi dica che è molto difficile per me essere qui oggi, ma mio fratello Deah, sua moglie Yusor e sua sorella Razan non mi danno altra scelta. Spero che alla fine di questo intervento voi farete una scelta e vi unirete a me nella battaglia contro l’odio.

È il 27 dicembre 2014: la mattina del matrimonio di mio fratello. Lui mi chiede di andare a pettinarlo per le foto del matrimonio. Un ventitreenne di un metro e novantuno, ossessionato dal basket e Steph Curry.a0ed0eaa-d96c-4074-8d2d-4e59873c8b08_16x9_600x338.jpg

Un ragazzo americano di odontoiatria pronto a conquistare il mondo. Quando Deah e Yusor ballano per la prima volta, vedo l’amore negli occhi di lui, la gioia di lei ricambiata, e i miei sentimenti cominciano a sopraffarmi. Mi allontano e scoppio a piangere. E la seconda canzone finisce, lui viene verso di me, mi circonda con le braccia e mi culla. Persino in quel momento, con tutta la confusione intorno, lui era attento a me.
Mi prende il volto fra le mani e dice: “Suzanne, sono chi sono per merito tuo. Grazie di tutto. Ti voglio bene.”

Circa un mese dopo, sono di nuovo a casa in North Carolina per una breve visita, e l’ultima sera salgo in camera di Deah, impaziente di sapere come si sente da novello sposo. Con un grande sorriso da ragazzo mi dice: “Sono così felice. La amo. È una ragazza fantastica.” E lo è. A soli 21 anni, è stata recentemente ammessa con Deah alla scuola di odontoiatria UNC. Condividevano l’amore per il basket, e su sua insistenza, avevano cominciato la luna di miele accompagnando la loro squadra del cuore, gli LA Lakers. Voglio dire, guardatela.article-chapelhill-0212-2.jpg
Non dimenticherò mai quel momento seduta lì con lui, com’era libero nella sua felicità. Il mio fratellino, un ragazzo patito di basket, si era trasformato in un giovane uomo di talento. Era il primo del suo corso, e insieme a Yusor e Razan, era impegnato in progetti locali e internazionali a favore dei senzatetto e rifugiati, oltre a un viaggio odontoiatrico in programma per aiutare i rifugiati siriani in Turchia. Razan, a soli 19 anni, usava la sua creatività di studentessa di ingegneria edile per aiutare il prossimo, creando pacchi di aiuti per i senzatetto locali, tra gli altri progetti. Ecco chi erano. Lì in piedi quella notte, faccio un profondo respiro, guardo Deah e gli dico: “Non sono mai stata orgogliosa di te come in questo momento.” Lui mi prende tra le braccia, mi dà la buonanotte, e parto il giorno dopo senza svegliarlo per tornare a San Francisco. Quella è l’ultima volta che l’ho abbracciato.

Dieci giorni dopo, sono al San Francisco General Hospital quando ricevo una raffica di vaghi SMS di condoglianze. Confusa, chiamo mio padre, che mi dice con calma: “C’è stata una sparatoria nel quartiere di Deah a Chapel Hill. È messo in sicurezza. Sappiamo solo questo.” Attacco e subito cerco “sparatoria a Chapel Hill.” Viene fuori un risultato. Citazione: “Tre persone sono state colpite alla nuca e dichiarate morte sulla scena.” Qualcosa in me lo sa. Mi alzo dalla sedia e svengo sul lucido pavimento dell’ospedale, piangendo.

Prendo il primo volo notturno da San Francisco, intorpidita e confusa. Entro nella mia casa natale e crollo tra le braccia dei miei, singhiozzando. Poi corro in camera di Deah come ho fatto tante volte, cercandolo, solo per trovare un vuoto che non sarà mai riempito.

Le indagini e l’autopsia hanno rivelato alla fine la sequenza degli eventi. Deah era appena tornato in autobus dalla lezione, Razan era ospite a cena, già a casa con Yusor. Quando cominciarono a mangiare, sentirono bussare. Quando Deah aprì, il loro vicino prese a sparargli ripetutamente. Secondo gli operatori del 911, si sentivano le urla delle ragazze. L’uomo si diresse verso la cucina e sparò un solo colpo al fianco di Yusor, immobilizzandola. Poi le si avvicinò da dietro, premette la pistola contro la sua testa, e con un solo colpo lacerò il suo mesencefalo. Poi si voltò verso Razan, che gli urlava di risparmiarla, e, come in un’esecuzione, con un solo colpo alla nuca, la uccise. Uscendo, sparò a Deah un’ultima volta – un proiettile in bocca – per un totale di otto colpi: due alla testa, due al petto e il resto agli arti.2befa1d89a7a24985b3774e24789af0c.jpg

Deah, Yusor e Razan sono stati giustiziati in un posto che avrebbe dovuto essere sicuro: la loro casa. Per mesi quest’uomo li aveva molestati: bussando alla porta, minacciandoli con la pistola un paio di volte. Il suo profilo Facebook era pieno di post antireligiosi. Yusor si sentiva molto minacciata da lui. Quando si trasferì, lui disse a Yusor e a sua madre che non gli piaceva il loro aspetto. In risposta, la madre le disse di essere gentile col suo vicino, che imparando a conoscerli, li avrebbe visti per quel che erano. Penso che siamo diventati tutti così insensibili all’odio che non riusciamo nemmeno a immaginare che si trasformi in violenza fatale.

L’uomo che ha ucciso mio fratello si è costituito alla polizia poco dopo l’omicidio, dicendo che aveva ucciso tre ragazzi, giustiziandoli, dopo una disputa sul parcheggio. Quella mattina la polizia emise un comunicato prematuro che ripeteva le sue parole senza metterle in dubbio o fare ulteriori indagini. Si è scoperto che non ci fu alcuna disputa. Nessuna discussione. Nessuna violazione. Ma il danno era stato fatto. Nel giro di ventiquattr’ore le parole “disputa sul parcheggio” erano diventate la citazione ricorrente.

Siedo sul letto di mio fratello e ricordo le sue parole le parole che mi disse così liberamente e con tanto amore, “Sono chi sono per merito tuo.” Ecco ciò che mi spinge a superare il mio dolore paralizzante e a parlare. Non posso permettere che le loro morti siano ridotte a un segmento a mala pena presente sui giornali locali. Sono stati assassinati dal loro vicino a causa della loro fede, a causa di un pezzo di stoffa che avevano scelto di portare in testa, perché erano visibilmente musulmani.

In parte ero arrabbiata allora perché se fosse stato il contrario, se un arabo, musulmano o una persona dall’aspetto musulmano avesse giustiziato tre universitari americani bianchi, nella loro casa, come l’avremmo chiamato? Un attacco terroristico. Quando degli uomini bianchi commetto crimini negli USA sono lupi solitari, malati mentali o spinti da una disputa sul parcheggio. So che devo dare voce alla mia famiglia e faccio l’unica cosa che so fare: mando un messaggio Facebook a chiunque io conosca nei media.

Un paio d’ore dopo, nel mezzo di una casa affollata di amici e parenti, il nostro vicino Neal viene, si siede accanto ai miei genitori e chiede: “Cosa posso fare?” Neal faceva il giornalista da più di vent’anni, ma subito mette in chiaro che non è lì come giornalista, ma come vicino che vuole aiutare. Gli chiedo cosa pensa dovremmo fare dato il bombardamento di richieste dei mezzi di comunicazione locali. Si offre di organizzare una conferenza stampa in un centro comunitario locale. Persino ora non ho parole per ringraziarlo. Disse: “Ditemi solo quando e farò arrivare i giornalisti”.
Fece per noi quello che noi non avremmo potuto in un momento devastante. Io parlai alla stampa, ancora col camice della notte prima. E a meno di 24 ore dall’omicidio vengo intervistata alla CNN da Anderson Cooper. Il giorno seguente, giornali seri, come il New York Time, il Chicago Tribune, pubblicarono storie su Deah, Yusor e Razan, permettendoci di dire la nostra e di attirare l’attenzione sull’odio antimusulmano dominante.

Oggi sembra che l’islamofobia sia una forma socialmente accettabile di fanatismo. Dobbiamo solo accettarla e sorridere. Gli sguardi maligni, la paura palpabile quando si sale su un aereo, le perquisizioni casuali in aeroporto che capitano il 99% delle volte.

Non finisce lì. Abbiamo politici che vogliono toglierci diritti politici e economici. Qui negli USA, abbiamo un candidato presidenziale come Donald Trump che vuole far registrare gli americani musulmani e vietare l’ingresso agli immigrati e rifugiati musulmani. Non è una coincidenza che i crimini d’odio aumentino durante le campagne elettorali.

Solo due mesi fa, Khalid Jabara, un cristiano libano-americano, è stato ucciso in Oklahoma da un suo vicino, un uomo che lo chiamava “sporco arabo”. Quest’uomo era già stato in prigione per soli otto mesi, dopo aver tentato di investire la madre di Khalid. È molto probabile che non conosciate la storia di Khalid, perché non è arrivata alle cronache nazionali. Il minimo che possiamo fare è chiamarla col suo nome: un crimine d’odio. Il minimo che possiamo fare è parlarne, perché la violenza e l’odio non accadono per caso.

Poco dopo il mio ritorno a lavoro, sono a capo dei giri di visita in ospedale, quando una dei miei pazienti esamina la mia collega, fa un gesto attorno al suo viso e dice: “San Bernardino”, riferendosi a un recente attacco terroristico. Ed eccomi qui, tre miei familiari sono stati uccisi dall’islamofobia e mi sono fatta portavoce nel mio programma sulla gestione delle microaggressioni, e tuttavia… silenzio. Ero scoraggiata. Umiliata.

Giorni dopo, la stessa paziente mi guarda e dice: “La tua gente sta uccidendo persone a Los Angeles.” Mi guardo attorno in attesa. Di nuovo: silenzio. Capisco che di nuovo devo parlare per me stessa. Mi siedo sul letto e le chiedo gentilmente: “L’ho mai trattata se non con rispetto e gentilezza? Le ho mai fornito altro che cure compassionevoli?” Lei abbassa lo sguardo e capisce di aver sbagliato, e davanti a tutta la squadra si scusa e dice: “Dovrei saperlo. Sono messicana-americana. Mi trattano sempre così.”

Molti di noi sono vittime di microaggressioni ogni giorno. È probabile che lo siate stati, per la vostra razza, genere, sesso, o credo religioso. Siamo stati tutti testimoni di qualcosa di sbagliato e non abbiamo parlato. Forse non ne avevamo i mezzi per reagire in quel momento. Forse non eravamo nemmeno consapevoli dei nostri pregiudizi. Siamo tutti d’accordo che il fanatismo è inaccettabile, ma quando lo vediamo stiamo in silenzio, perché ci mette a disagio.

Ma affrontare quel disagio significa entrare in un territorio amico. Ci saranno più di 3 milioni di musulmani in America. Ed è solo l’1% dell’intera popolazione. Martin Luther King disse: “Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici.”
Perciò cos’ha reso così profonda l’alleanza del mio vicino Neal? Un paio di cose. Lui era lì come vicino preoccupato, ma portava con sé anche la sua professionalità e le sue risorse se il momento l’avesse richiesto. Altri hanno fatto lo stesso. Larycia Hawkins è ricorsa alla sua piattaforma come prima professoressa afro-americana al Wheaton College per indossare l’hijab a sostegno delle donne musulmane che vengono discriminate ogni giorno. Di conseguenza, ha perso il lavoro. Il mese dopo è entrata alla facoltà dell’università della Virginia, dove oggi lavora su pluralismo, razza, fede e cultura.

Il cofondatore di Reddit, Alexis Ohanian, ha dimostrato che non tutte le alleanze attive devono essere seriose. Si è fatto avanti a sostegno di una quindicenne musulmana che voleva introdurre un’emoji con l’hijab.

È un gesto semplice, ma ha un notevole impatto inconscio sulla normalizzazione e umanizzazione dei musulmani, includendo la comunità come parte di un “noi” invece di un “altro”. Il caporedattore della rivista Women’s Running ha messo sulla copertina di una rivista sportiva americana una donna in hijab. Questi sono tutti esempi diversi di persone che sfruttano le proprie risorse all’università, nella tecnologia e nei media, per esprimere attivamente la loro alleanza.
Quali risorse ed esperienze mettete sul piatto? Volete affrontare il vostro disagio e parlare quando assistete al fanatismo odioso? Sarete Neal?
Molti vicini sono apparsi in questa storia. E voi tutti, nelle vostre comunità, avete un vicino musulmano, un collega, un compagno di giochi di vostro figlio. Aprite un dialogo con loro. Fategli sapere che siete solidali. Potrebbe sembrare inutile, ma vi assicuro che fa la differenza.

Nulla porterà indietro Deah, Yusor e Razan. Ma quando alziamo assieme le nostre voci, allora fermiamo l’odio.

Grazie.

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Questa importante storia raccontata durante la conferenza del TED l’ottobre del 2016. Proprio in quei mesi dove si stavano ancora svolgendo le lezioni americane. Questo articolo è direttamente presente sul sito TED.

Vi ringraziamo vivamente e speriamo che i materiali pubblicati siano di vostro gradiemento poichè il nostro unico scopo è promuovere la crescita personale e morale. Estendere la comprensione fra le persone ed abbatere i muri dell’odio. Ricordando uno degli ammonimenti più chiari della storia:

<< I media sono la più potente entità sulla terra. Essi hanno il potere di rendere gli innocenti colpevoli e di fare il colpevole innocente, e questo è potere. Perché controllano le menti delle Masse.>>

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