“Passengers”, una mostra collettiva presso “THE FLAT – Massimo Carasi”
Il 9 febbraio scorso, presso THE FLAT – Massimo Carasi, è stata inaugurata la mostra collettiva “PASSENGERS” a cura di Claudia Contu, visitabile fino al 18 marzo. Cinque gli artisti con le loro esposizioni, tutti molto giovani ed emergenti:  Andrea Carpita (1988), Cosimo Casoni (1990),

 Eracle Dartizio (1989), Domenico Laterza (1988) e Marco Strappato (1982).
Allo spazio, molto grande e accogliente, si accede scendendo una scala un po’ impervia, che desta sin da subito curiosità. E questa impressione viene suffragata non appena si mette piede nella sala: pareti e pavimenti ospitano opere sperimentali, capaci di sopraffare lo spettatore  manifestandosi in una colorata e vivacissima cascata pluridimensionale. Ad essere stimolata non è solo la vista, bensì la fantasia. Discostati dal figurativismo tout-court, infatti, i lavori richiedono al fruitore di far appello alla memoria e alla propria capacità interpretativa, di soffermarsi e indagare, senza limitarsi a desumere un senso a primo acchito, permettendogli in questo modo di conservare ciò che ha osservato. 
“Attraverso opere legate a linguaggi tradizionali e che abbracciano ancora l’immagine, senza negarla del tutto e senza darla per scontata, gli artisti invitano a scavare, a ricostruire dai frammenti della bruciatura, come direbbe Georges Didi-Hubermann: è partendo dalla mancanza, dall’assenza, che si ricrea la forma andata perduta, quell’immagine annebbiata o dimenticata volutamente. Nell’arte del nuovo millennio è questo il compito primario di noi osservatori e fruitori.” Considera la curatrice, Claudia Contu. Con l’abitudine a fagocitare un numero imprecisato di immagini nella vita di tutti i giorni, del resto, a volte si cede alla tentazione di dimenticarsi cosa siano la fatica della costruzione di un senso, l’elaborazione psichica ed emotiva di ciò che si presenta alla nostra vista, divenendo così degli spettatori anonimi, passivi, dalla memoria labile e ciò non di meno onnivori e sazi fino alla nausea. Un ossimoro in termini forse, una condizione assurda, ma più che mai reale, al contrario di ciò che siamo soliti “masticare” ed “ingerire” a livello mediatico, assuefatti al nostro appetito ottico. Non solo. Le opere in mostra ci invitano a elaborare le immagini sfuggendo dalla nostra condizione di passeggeri distratti e orientati al “poi”, mai al qui ed ora.
Il titolo della mostra, è una chiara connessione intertestuale alla celebre canzone di Iggy Pop, “The Passenger:
“I am the passenger 

I stay under glass 

I look through my window so bright 

I see the stars come out tonight”
Un canto epico della S1, la linea che prendeva per andare fino al Wannsee con l’amico David Bowie. Pop, che ha sostato a Berlino negli anni ’70, amava trascorrere lunghe serate sulla riva del lago situato tra Berlino e Potsdam. Da Hauptstrasse, il luogo dove viveva, prendeva il treno alla stazione di Schöneberg, in direzione Wannsee, Un viaggio di soli 25 minuti, ma che aveva per lui un’intensità tale da renderlo iconico e leggendario. Questo l’auspicio degli artisti in mostra, suggerire impressioni che abbiano una portata al di là del transitorio, stelle che accendono il pensiero e appagano i nostri bisogni più profondi, con la loro portata trascendentale.
Note biografiche:
Andrea Carpita (1988) vive e lavora a Carrara. La sua ricerca l’ha portato ad attraversare varie fasi del processo di rappresentazione: da un immaginario fantastico e delicato a suggestioni fitomorfe reminescenti dell’estetica giapponese, fino ad una radicale sintesi del visibile che nella serie Minimum Portraits utilizza pochi punti e linee per riassumere un corpo, un volto, una persona, senza avere la pretesa di raccontare tutto il raccontabile su di essa. L’immagine si nasconde in un angolo intimo e chiuso al fruitore, mentre ciò che emerge è solo il contorno, una superficialità quasi distaccata nella quale si intuisce tutta la sensibilità dell’artista. 
Cosimo Casoni (1990) vive e lavora tra Firenze e Milano. Le sue opere cercano di conciliare l’aspetto ambiguo dell’equilibrio, piegando oggetti della vita quotidiana a mantenere il proprio statuto anche dopo averli destrutturati, riassemblati, e posizionati in uno spazio vuoto, sospeso, avulso dai riferimenti consueti. La potenza delle immagini entra in contatto con una realtà liquida ed instabile come quella del color-fielding: da qui derivano i trompe-l’oeil e le aperture su paesaggi che sono finestre a metà tra l’immaginifico e il reale. Il tutto è invaso da una componente personale, quella della cultura skate, di cui Casoni si nutre e che dà in pasto anche alle sue tele. Anche nei quadri in cui non sono presenti oggetti resta un gesto, quello dello skate, che è autentica figurazione testimone di un passaggio.
Eracle Dartizio (1989) vive e lavora tra Londra e Milano. Affascinato dai temi dell’infinito e del cosmo, l’artista usa gli elementi astronomici come pretesto per una riflessione ed un racconto di storie personali, trovando in esse rifugio per domande a cui è difficile dare risposta. Il risultato sono sculture ed installazioni che parlano dell’uomo e della sua condizione sospesa nell’incertezza, costringendolo a negoziare con la visione antropocentrica sulle cose. La vita scivola su un piano indefinito, come le immagini che scorrono sulle pozzanghere in una giornata di pioggia. Lì, sul pelo dell’acqua, sta il confine fra il di qua e il di là, fra il mondo terreno e quello celeste, entrambi ancora intimamente sconosciuti ed affascinanti, ma costantemente intrecciati.
Domenico Laterza (1988) vive a Milano ma vari progetti lo hanno portato a viaggiare tra Berlino, Francoforte e la California. Nel suo lavoro anima gli oggetti di ironia giocosa e intelligente. Sfidando i limiti di un sapere certo ed enciclopedico, Laterza riflette sull’arte, sul design, sulle azioni e i loro significati, lasciando che si ‘sporchino’ a vicenda. Nel caso di Dancer l’artista ha raccolto chili di volantini pubblicitari e li ha impilati intorno a un’anima di metallo. Essendo attaccati al palo ma slegati l’un l’altro, la scultura che ne deriva è diversa ogni volta che viene composta, e le forme colorate sembrano danzare nell’aria. Un oggetto considerato superfluo, che guardiamo con occhio distaccato e annoiato, si trasforma in un qualcosa di completamente nuovo ed improvvisamente appetibile.
Marco Strappato (1982) vive e lavora a Londra. Le sue opere ricordano l’aria aperta e l’infinito leopardiano, nonostante l’estetica su cui poggia il suo lavoro appaia formalmente alienante, fredda e distaccata. Ma c’è un lato più profondo in tutto ciò, dato dalla bellezza di quello che è messo in scena: stralci di natura manipolati quasi perdono la propria identità, a due passi dall’astrazione eppure ancora testimoni di uno stato naturale e, soprattutto, figurativo. Guardare un’opera di Strappato impone di usare un’archeologia dell’immagine che tratti senza superficialità il dispositivo messo in piedi dall’artista, come una roccaforte posta in difesa di un piccolo e preziosissimo segreto che si sceglie di salvare dall’oblio. Siamo allo stesso modo il terrorista che fa saltare gli antichi templi e l’archeologo che ne porta alla luce i frammenti.

  • Chiara Zanetti
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